
La trasposizione in film di Fiori Trasteverini, canzone popolare romana ormai forse sconosciuta ai più che lavorano e vivono in questa città.
L’intro vuole essere ovviamente una battuta (non certo all’altezza della ‘carineria’ del nostro PdC), ma una delle trame da seguire in questo piacevole film è proprio lo stile vita da nobiltà povera dei protagonisti, madre e figlio, abitanti di un quartiere Trastevere che forse non riconosciamo più neanche noi che a Roma ci viviamo. Una lunga sequenza di dettagli più o meno marcati mostrano una signorilità all’apparenza fuori luogo nel contesto in cui si esprime, ricordando forse un po’ i personaggi interpretati dal grande Vittorio De Sica. E quindi assistiamo a Gianni che entra nel vini e oli (ma esisteranno ancora?) per comprare il vino e degustare un bicchiere di ‘bianchetto’, chiedendo poi al gestore di ’segnare’ anche le due bottiglie appena prese per aggiungerle ad un saldo dei debiti già significativo; lo vediamo insistere con la degustazione di un bianco, si immagina ben fresco, durante la preparazione dei pasti, tenendo la bottiglia rigorosamente nel secchiello; e poi la scelta obbligata del pesce per il fatidico pranzo, che poi saranno cefali pescati al Tevere da extracomunitari (sicuramente freschi, ma non so quanti romani di oggi, me compreso, li mangerebbero!); e infine l’offerta del vino allo stesso pescatore, preso dalla cassa appena comprata non certo a prezzo modico. Anche il suo modo di accettare i soldi, ‘donati’ per ottenere qualcosa in cambio, è quasi ‘naturale’, senza un briciolo di ipocrisia o un inopportuno sussulto di dignità, ma d’altro canto senza mimimamente apparire come una figura interessata solo al denaro quando poi si tratta di gestiere i rapporti umani con l’allegra compagnia.
Ed infatti altra trama da seguire è quella relativa all’umanità, o meglio alla progressiva umanizzazione dell’ospitalità offerta dai padroni di casa alle improbabili ospiti. Ospitalità non offerta certo spontaneamente, anzi piuttosto oggetto di baratto per questioni di comodo da una parte (avere le mani libere per dedicarsi all’amichetta) e di necessità dall’altra (cifre significative ‘depennate’ dalla lista di debiti verso il condominio); e quindi gesto che sembra tuttaltro che altruistico (un po’ meno opportunista l’accordo con l’amico medico). Ma via via che i personaggi interagiscono tra loro, la ‘necessità’ di buoni rapporti umani emerge in tutta la sua forza: e quindi Gianni cerca il più possibile di assecondare ogni esigenza, cercando comunque di contenerle per quieto vivere (indifferentemente nei confronti delle ospiti e della madre); la madre stessa, resasi conto di aver avuto una reazione eccessivamente altezzosa, recita al figlio il mea culpa e decide di avviare una riconciliazione; l’atteggiamento iniziale di Marina molto poco conciliante, culminante con la ‘fuga di mezzanotte’, si trasforma man mano che aumenta l’interazione con gli altri, a dimostrare come soffrisse in realtà solo di mancanza di amicizie. Il tutto culmina nel discreto lieto fine quando la fine di quella convivenza inizialmente un po’ forzata mette tristezza a tutti, ma poi…
L’ordito di questo film è costituto dalla scelta di vita di Gianni, di fatto dedicata ed assorbita completamente dalla madre: assolutamente non intesa come fardello di cui s’è dovuto far carico, quanto piuttosto di una propria libera scelta di vita, che in fondo forse gli consente di mantenere quell’apparenza un po’ aristocratica a cui era abituato. La ‘dedizione’ di cui riempie le sue giornate è la colonna portante della sceneggiatura, che si avvia proprio con Gianni che legge Dumas per la madre, prima che si addormenti; ogni momento di quei due giorni in cui si svolge la storia è pervaso dell’infinita pazienza con esercita il suo accudire, senza mai un momento di tensione o di sfogo; e quando alla madre si aggiungono le altre tre signore in maniera del tutto naturale estende alle nuove arrivate lo stesso identico modo di fare.
Nota a margine per quanto riguarda proprio il tipo di rapporto che si instaura tra il protagonista e le anziane donne: Gianni è in grado di mostrare una dolcezza pur nella necessità di gestire l’imprevista convivenza, con le varie problematiche personali da conciliare; evitando i contrasti riesce a risolvere le situazioni difficili, attuando una strategia tipica dei rapporti con i bambini (ma invecchiando, si sa…).
Anche dal punto di vista cinematografico trovo il film estremamente piacevole: girato quasi tutto in interni, con inquadrature abbastanza ristrette su personaggi ed oggetti a spingerci dentro quegli ambienti e poterne respirare l’aria. I primi e primissimi piani sui volti delle anziane donne mostrano certo i segni dell’età, ma anche le espressioni di serena accettazione del proprio essere e della propria esistenza; e ciò credo non valga solo per i personaggi, dato che dalle note di regia emerge che le attrici sono tutte debuttanti. Una segnalazione particolare per un paio di scene di riferimento che mi sono rimaste negli occhi: la mamma del protagonista che si trucca per ricevere le ospiti e l’espressione della mamma del dottore quando le viene sottratto il prosciutto…
Tanto per restare in tema di scene ed inquadrature, carinissima verso l’inizio la scena ad inquadratura fissa sull’ingresso della bottega di vini e oli, con due sedie fuori ed una botte a far da tavolo, ed il nostro protagonista con il suo amico che tentano una conversazione parlando del caldo e dei turisti, di fronte ad un sospiro.
La fotografia rende molto bene l’interno della casa: una illuminazione discreta, come la storia che si racconta, mostra e nasconde locali ed arredi aumentando il senso di intimità; le scene serali e notturne, apparentemente illuminate solo da qualche abat-jour, trasmettono netta la sensazione all’osservatore di aggirarsi egli stesso nella casa mentre le donne riposano; anche la ripresa in esterno notte sembra quasi una scena di interni. A queste immagini soffuse fanno da contraltare le non molte riprese in esterno giorno, rese abbacinanti dal sole estivo romano che fa male agli occhi.









