Rick Wright è morto.
Dopo l’addio dato un paio di anni fa a Syd Barrett, un altro componente del gruppo rock probabilmente più famoso sulla faccia della terra ci lascia.
C’è da dire che, senza nulla voler togliere a Syd, Barrett fu una meteora nella storia del gruppo, anche se sicuramente molto importante per la sua nascita e per gli innovativi percorsi degli inizi; Wright invece è stato una presenza continua ed ha fornito un continuo apporto non solo nella fase esecutiva ma anche in quella compositiva. Inutile citare i tanti brani da lui firmati (li troverete citati ovunque nei prossimi giorni); vorrei solo raccontare delle immagini che ho visto non molto tempo fa, su un DVD realizzato per raccontare la storia del loro album più famoso: The Dark Side Of the Moon.
Il DVD ripercorre la lista dei brani dell’album insieme ai nostri quattro, ormai avanti con l’età ma a quanto pare con i ricordi ancora vividi di quei giorni che indubbiamente segnarono la loro vita. Di ogni brano si narra la genesi, ed ognuno arricchisce il racconto con notizie ed aneddoti; in alcuni casi, ognuno con il suo strumento, ne riaccennano i passaggi più significativi o i riff indimenticabili. E’ la volta di The Great Gig In The Sky e la parola spetta perlopiù a Rick; e lui racconta di come avesse da tempo in testa quella sequenza di accordi, quel passaggio un po’ dissonante preso dal jazz e su cui costruì un momento di delicatezza un po’ onirica che ci traghetta da Time a Money.
Si siede al piano e ripropone l’introduzione del pezzo; poi passa a raccontare dell’incontro con Clare Torry, a cui cercarono di spiegare che apporto volevano che la voce desse al pezzo; le dissero che desideravano un qualcosa che esprimesse paura e sofferenza, tormento e dramma. Clare ascoltò un po’ la musica e poi iniziarono a registrare; dopo l’intro di piano lei partì con la sua improvvisazione, lasciandosi coinvolgere sempre di più dal crescendo dato al pezzo dall’introduzione degli altri strumenti. Alla fine, praticamente senza fiato, guardò i quattro con un pizzico di vergogna, pronunciando qualche parola di scusa. Loro invece erano senza parole; il primo a ritrovarle fu Rick che disse solo: è perfetta!
Vorrei aggiungere che oltre ad aver firmato brani splendidi suonati dai Pink Floyd, ed oltre ad aver partecipato ad entrambi gli album di Barrett ed all’ultimo album di Gilmour, Rick Wrigth pubblicò anche tre album personali: Wet Dream nel 1978; Identity nel 1984 (in realtà a nome Zee, il gruppo che fondò con Dave Harris) e Broken China nel 1996.
Wet Dream ricorda molto, ovviamente, alcuni brani dei Pink Floyd. Rispetto ai Pink del periodo (Animals, The Wall) è però decisamente più “positivo” sia nelle musiche che nei testi.
Identity risente molto dell’aria che si respirava nel periodo, così profondamente diversa dagli anni ‘70 in cui i Pink Floyd eressero i loro monumenti. Nonostante qualche passaggio degno di attenzione (intro di Strange Rythm, la conclusiva Seems We Were Dreaming) il disco risulta sostanzialmente anonimo:
Broken China ripropone le atmosfere a cui il nostro ci ha abituato nella sua carriera, a volte molto rarefatte, a volte echeggianti di psichedelia, a volte arricchite dalla splendida voce di Sinead O’Connor.
Addio Rick, e grazie di tutto.











Calvino dice che i classici non si finiscono mai di leggere, per i Pink Floyd vale lo stesso assioma: non si potrà mai smettere di ascoltarli.
Bell’omaggio a un grande: ci vorrebbe Echoes d’accompagno…
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