Un incubo ricorrente di un soldato israeliano, a cui fu assegnato il compito di eliminare i cani per evitare che dessero l’allarme durante le incursioni notturne in territorio nemico al tempo della Seconda guerra del Libano, dà il via ad una ‘ricerca storica’ su una ennesima triste pagina di guerra del secolo scorso, culminata con il massacro nei campi profughi palestinesi di Sabra e Shatila.
Il racconto dell’incubo del soldato israeliano (Baaz) ad un suo amico e commilitone venti anni dopo l’epoca dei fatti, fa sì che ques’ultimo scopra di non avere più nulla nella sua memoria riguardo a quel periodo, benché consapevole della sua partecipazione in prima linea in quella guerra. La curiosità, e forse anche una piccola dose di rimorso, spingono Ari Folman (è lui il commilitone ’senza memoria’ di Baaz) ad intraprendere un lungo e non facile cammino di ricostruzione della storia di quei terribili fatti attraverso la ricostruzione del suo vissuto di quei giorni.
Il racconto si snoda di fatto attraverso le risposte di quanti, principalmente commilitoni ma anche un amico analista, vengono interpellati per scavare nella propria memoria e riportare alla luce quanto accadde; ciò che sono in grado, ma soprattutto hanno voglia, di ricordare.
Le interviste vengono presentate in modo da fornire una serie di frammenti ordinati cronologicamente dei giorni che vanno dal’inizio delle operazioni in Libano fino al 18 settembre 1982; ognuno a raccontare le proprie angosce, le proprie visioni, le proprie convinzioni, le proprie gesta; giovani uomini inviati al fronte dopo un breve addestramento della cui inutilità si rendono presto conto: lo sconcerto di fronte alla guerra ‘vera’ sembra sincero e ben rappresentato.
Man mano che ci si avvicina alla data fatidica i ricordi di Ari lentamente riemergono; fa fatica a distinguere in alcuni casi i fatti veri da quelli costruiti nella sua immaginazione, ma al momento di parlare della sera del 16 settembre prende con decisione la parola. Attestato nel secondo dei tre cordoni di ‘protezione’ schierati dall’esercito israeliano attorno ai campi, restituisce l’incredibile sequenza di centinaia (se non migliaia) di morti annunciate, sotto lo sguardo inerte dei soldati schierati ai bordi dei campi e quello un po’ compiaciuto degli alti comandi, fino a quello colpevole quantomeno di omissione dell’allora ministro israeliano della difesa Ariel Sharon.
Tutto ciò viene nel film rappresentato con disegni animati; disegni dal tratto volutamente approssimato, caratterizzati da un cromatismo essenziale quanto indovinato nella resa di atmosfere inquietanti e spesso tragiche. Il tutto accompagnato a mio avviso ottimamente dalle musiche di Max Richter: composizioni, riarrangiamenti e ricomposizioni che sottolineano in maniera convincente i passaggi significativi del film, con particolare predilezione per quelli più drammatici.
Tutto sommato trovo Valzer con Bashir decisamente un bel film. Solo che…
Solo che è un film che parla di una guerra, di una delle tante ’sporche’ guerre combattute dal genere umano (come se possano esistere guerre non sporche; come se ‘guerra giusta’ potesse essere altro che un ossimoro dai nefasti effetti). L’ennesima guerra che mezzi di comunicazione sempre più potenti, avidi ed impietosi ci servono insieme alla cena, a farci sentire personaggi di un enorme videogame. Perché se la cronaca è un diritto a cui i signori giornalisti o supponenti tali non rinunciano, l’informazione dovrebbe essere sacra, pluralista e presentata con la massima onestà intellettuale possibile; e non l’ennesimo strumento di potere.
Ben venga quindi un film a rispolverare fatti terribili avvenuti meno di trent’anni fa; ben venga a ricordare la cronologia degli eventi che portarono ad una tragedia del tutto simile, tramite che per il numero di vittime, agli orrori del nazismo; ben venga a sottolineare che gli autori di tali gesta furono i falangisti libanesi seguaci di Bashir, organizzazione paramilitare del partito politico espressione della comunità cristiano maronita; ben venga a mostrare l’inerzia dei soldati israeliani, dei loro comandanti diretti, fino alla compiacenza degli alti comandi.
Ma, senza con questo voler colpevolizzare il film, la ricostruzione del protagonista al suo ruolo di preoccupato osservatore di un massacro più che annunciato ha molto il sapore dell’autoassoluzione. E se forse nel contesto specifico si potrebbe anche giustificare l’autoassoluzione di un soldato ventenne, probabilmente del tutto inerme, sia moralmente che materialmente, di fronte a quanto accadeva sotto i suoi occhi, dubbi sempre più profondi si scatenano riguardo all’Uomo.
E’ mai possibile che la natura umana renda possibili azioni tanto tragiche? Che l’osservazione di tali azioni non scateni nel profondo di ogni essere umano una rabbia ed un moto di ribellione ineluttabili come l’eruzione di un vulcano? E’ mai possibile che quando si incontrino seguaci delle tre principali religioni monoteiste del mondo prima o poi si debbano contare le vittime (innocenti!)? E’ mai possibile che chi ha la responsabilità materiale o morale di tali enormi violenze possa ancora dormire la notte, possa ancora avere una vita sociale, possa ancora arrivare a ricoprire cariche pubbliche? E’ mai possibile che viviamo in un mondo siffatto?
La drammaticità di tali domande è seconda solo allo sgomento causato dall’agghiacciante silenzio che si ottiene come risposta.



















